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sabato 18 febbraio 2012

Control


Control
Gran Bretagna, 2007. Di Anton Corbijn. Con Sam Riley, Samantha Norton, Craig Parkinson, Joe Anderson, Alexandra Maria Lara, Harry Treadaway, Toby Kebbel, Tim Plester. Genere: Biografico/Drammatico. Durata: 126' 


Delusione agghiacciante. Prendere un uomo fuori dal mondo come Ian Curtis e imbellettarlo di emozioni e storie d'amore senza nesso logico è veramente assurdo, come donare umanità ad un uomo che era bello anche per la sua assenza di umanità. Si parla poco della musica devastante che un gruppo oltrenatura come i Joy Division hanno saputo creare, soffermandosi più, con una certa superficialità, tra l'altro, sulle vicende sentimentali e non di Ian, mostrato mentre piange più volte, per descrivere la sua disperazione e la sua malattia: un espediente abbastanza facile per rappresentarne il dramma.

Il bianco e nero per descrivere la sua vita è bellissima come idea, ma rendetelo grezzo e cupo, non da fotografia di spot di Calvin Klein, con tutte quelle inquadrature ricercate da studente accademico che danno al film un pathos quasi televisivo. Sul finale si risolleva abbastanza, ma la chiusura del film lascia l'amaro in bocca. Concordo con chi ha detto che sulla sua vita poteva farci un film perfetto solo chi adopera l'astrazione (Tsai Ming-Liang, Derek Jarman), perchè questa sembra solo una rappresentazione didascalica di una vita, da compitino delle medie, fatto per fatto.

Eccellenti le interpretazioni del cast, ma da un film su una delle più grandi icone del rock ci si aspettava molto di più. Un flop.



IL MIO VOTO: 5.0














sabato 31 dicembre 2011

Parade





Parade
Giappone, 2010. Di Isao Yukisada. Con Shihori Kanjiya, Karina, Tatsuya Fujiwara, Kento Hayashi, Keisoke Koide. Genere: Drammatico. Durata: 119'. 

Quattro ragazzi convivono in un piccolo appartamento di Tokyo. Naoki lavora in una società cinematografica, Mirai è una disegnatrice con qualche probelma d'alcool, Ryosuke studia, Kotomi è disoccupata e aspetta il ritorno del suo ex-ragazzo, un attore di soap opera. Un giorno, nella loro vita, irrompe Satoru, un gigolò omosessuale bizzarro nel look, che si insinua nel loro appartamento. Sebbene dica che sia stata Mirai a invitarlo a casa dopo una serata di bevute, lei non lo ricorda. E attraverso la figura di questo strano ragazzo, la quiete nella casa comincia ad incrinarsi, fino a raggiungere il delitto. 

Porca vacca. Isao Yukisada stupisce. Dopo esser passato per il cinema più spudoratamente commerciale (il tearjerker "Crying Out Love To The Center Of The World", il corto "Sinking In The Moon" girato spudoratamente per la diva del pop giapponese Ayumi Hamasaki), eccolo approfare quest'anno con quello che è un potentissimo pugno nello stomaco. Un film cattivo e disperato che mai ci saremmo potuti aspettare, men che meno da uno come lui. E invece, eccolo qua. "Parade", che parte come un film sull'insicurezza di crescere, di vivere e diventa ben presto il grido di un'intera generazione, potentissimo nella narrazione quanto delicato nella regia (bellissimi gli usi dello sfuocato in primo piano), è un ritorno in grande stile, sicuramente non esente da difetti e sbavature, ma senzadubbio lo si può definire un gran bel film, giustamente vincitore del premio Fipresci 2010.

Attori eccellenti, a partire da Kento Hayashi, che interpreta alla perfezione il freak che ama intrufolarsi nelle vite altrui e spiarne le case (come il Tae-Suk di "Ferro 3"?), dall'ottima performance di Tetsuya Fujiwara, a quella di Karina, eccentrica femme fatale. 

E nel finale, il vero colpo di coda, violento come un pugno. Si vive insieme, si ama, ma non ci si conosce. Forse la soluzione è ferire, in modo da aiutare almeno sè stessi. No, si sta peggio. Il male di vivere secondo Yukisada, mai così cinico, mai così sincero.

IL MIO VOTO: 9.0








venerdì 7 ottobre 2011

Naissance Des Pieuvres



Naissance Des Pieuvres
Francia, 2007. Di Cécile Sciamma. Con Pauline Acquart, Louise Blachère, Adele Haenel, Warren Jacquin, Christelle Baras. Genere: Drammatico. Durata: 85'


Primi ormoni, primi amori, prime pulsioni giovanili.
è "Naissance Des Pieuvres", il coming of age di Cécile Sciamma, regista perspicace e attenta nel suo delineare piccoli drammi e riscoperte dell'esistenza, nel descrivere amori puri senza mai cadere nel banalismo più tedioso. è un piccolo inno alla vita questo film indipendente che vive in apnea, dove l'acqua, elemento della nascita e della femminilità, immerge completamente il film.

Tre giovani donne e la riscoperta della propria identità. Un clima che alterna l'eccitazione delle prime carezze alla disturbante coscienza che non tutto vada come debba andare. C'è un'attrazione impossibile da cancellare che non viene accettata e riconosciuta da una società adolescenziale spietata, dove la competizione (la gara di nuoto) e il sesso visto non come piacere, ma come elemento di sfida personale e di autostima.

Questo è l'anti-Il tempo delle mele: un universo poetico e spensierato, dove emergono le mille piaghe dell'adolescenza. L'impossibilità di essere, di amare, di camminare con le proprie gambe. è il raggiungimento di un eden che si ottiene, ma che poi è come se non esistesse. Per vivere le esperienze e comprenderle bisogna crescere, o forse no, perchè ci sono anche adulti che, della vita, non hanno capito proprio niente.

Un universo rarefatto che è più di un cammino di formazione: è un tuffo da ottanta metri nell'oceano della vita. Più di un teen-movie, è un inno all'accettazione, ma che non corre il rischio di diventare tristemente hollywoodiano. è l'innocenza sussurrata di una sessualità che implode. Un film splendido, accompagnato dalle sentite performance delle attrici protagoniste e da una colonna sonora meravigliosa e cullante, ad opera di Para One.

Un piccolo, grande, film.



IL MIO VOTO: 9.0








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Para One- Finale:


mercoledì 28 settembre 2011

Baby Shower


Baby Shower
Cile, 2011. Di Pablo Illanes. Con Nicolàs Alonso, Ingrid Isensee, Patricia Lopez, Claudia Burr, Francisca Merino, Sofia Garcìa, Alvaro Gomez, Marìa José Illanes, Pablo Krogh, Berta Lasala, Kiki Red, Gesù Porres. Genere: Horror. Durata: 92'

Un horror cileno. Questa, francamente, mi mancava e la trama sembrava già sulla carta promettere molto bene. Quello che si poteva evincere, infatti, era un "à l'Intérieur" al contrario, con la donna incinta assassina verso l'esterno, con tanto di sette religiose (!) e yoga (!!!???). Il risultato poteva essere qualunque cosa, e sia un thriller psicologico che un delirio alla Miike in salsa pulp.Ma "Baby Shower" non prende nessuna delle due direzioni.

è un horror abbastanza originale, nonostante la pre-impostazione di slasher, che esplode alla confessione di un segreto torbido che lega quattro donne, una volta amiche, ma ora forse non più. Il genio nella pellicola sta nel ribaltare totalmente i punti di vista, nell'insidiarsi nella psiche dei suoi personaggi e farle fuori. Sia in senso fisico che figurato.

Il regista è eccellente e calibra inquadrature e ritmi con sospensioni, momenti morti e parti di adrenalina pura (tutta la parte finale nei boschi è un tour de force davvero invidiabile) e, aiutandosi da un cast (quasi) tutto al femminile ben sopra la media, realizza un film di paura che non cerca il facile brivido, ma che lo esplora a fondo, prima di un'aspettata esplosione. Sangue (indimenticabile l'impressionante scena a cui è destinata la ragazza che sniffa cocaina), suspense, terrore psicologico. Qui c'è tutto quel che serve per fare un horror: divertentissimo, avvincente e che evita magistralmente il trash, nonostante un budget ridotto.

Nulla di eccezionale, ma se tutti i prodotti horror  occidentali contemporanei fossero così...

IL MIO VOTO: 7.0 








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Cure


Cure
Giappone, 1997. Di Kiyoshi Kurosawa. Con Koji Yakusho, Anna Nakagawa, Masato Hagiwara, Tsuyoshi Ujiki. Genere: Thriller. Durata: 111'
Il punto focale della narrazione di "Cure" è il non senso, la mancanza di nesso logico, l'impossibilità allo spettatore di immedesimarsi nel serial killer che sembra compiere brutali delitti, incidendo una "X" sulle ugole delle sue vittime.
In "Cure" persone normalissime, senza alcun precedente e senza apperentemente motivo, uccidono individui sconosciuti o parenti, spinti da uno spirito guida che li governa con l'ipnosi. È da qui che comincia il viaggio negli inferi del commissario Takabe, incredulo di fronte ad un mistero surreale, che dietro la sua mistica corazza di uomo di legge si nasconde una creatura fragile, abituata alle indagini tradizionali: prove, movente e, quindi spiegazione e risoluzione del caso.
Qui non c'è nessuna spiegazione e ciò basta a far crollare un castello di certezze costruito con fatica negli anni, insinuando in Takabe il germe della follia e della malattia, che lo porterà ad apparentarsi con i problemi mentali della moglie e ad immergersi in un vicolo buio senza uscita.
Di fronte al mistero più insolubile e all'assenza di movente le certezze dell'uomo vacillano e naufragono, lasciando via libera al caos più inconfutabile.
Dopo aver girato parecchi film a cominciare già dagli anni '70, il regista giapponese Kiyoshi Kurosawa viene, finalmente, riconosciuto dall'occhio occidentale con questo "Cure", del 1997.
"Cure" che scava nel pozzo dei generi per ricavarne nuova materia da modellare, a detta di Kurosawa "Il mio cinema è fatto di universi sfilacciati e inafferrabili, dove la ricerca della verità, di una ragione o di un motivo sembra arrivare a conclusioni vittoriose che poi però si attorcigliano sempre, si espandono verso confini che non si possono misurare, trasformando lavori che partono come storie di genere in abissi dell'incomprensibilità delle ragioni dell'uomo e delle sue azioni". Come dargli torto? Questo piccolo grande thriller, in fondo, parte assai normalmente con il ritrovamento del cadavere di una prostituta e Takabe nota l'esistenza di altri delitti con il medesimo modus operandi, ma più passa il tempo e più la storia si fa complicata e profonda, ai limiti dell'assurdo.
Non servono i fantasmi, le apparizioni dall'aldilà, le sanguinose vendette orientali e gli spettri folkloristici giapponesi per dare scompiglio e terrore. A Kurosawa interessa il mondo terreno, fisico e quotidiano: la realtà di ogni giorno può essere molto più inquietante del fantastico, dell'irrazionale, del mostruoso e in una società come la nostra un abile ipnotizzatore può diventare inaspettatamente un letale strumento di morte e distruzione.
Ed ecco che il climax delle musiche, la suspense che porta all'omicidio e la tentennante paura della vittima che si guarda attorno dopo aver sentito uno strano rumore non esistono più: Kurosawa ci mostra l'omicidio senza preavviso e senza l'ausilio di una colonna sonora (qui assente).
Un fulmine a ciel sereno, che coglie alla sprovvista lo spettatore, lasciandolo inebetito e spesso incredulo nel credere o meno a ciò che ha appena visto.
La regia, ancora una volta, è sorprendente: bellissimi piani-sequenza, montaggio ampio e rarefatto, raramente serrato e una messainscena sobria e asciutta, senza fronzoli.
Un'altra invenzione del cinema thriller o semplicemente di paura è l'assenza della colonna sonora: se per i registi (sia occidentali che orientali) di film horror, ma anche per gli ultimi film del terrore dello stesso Kurosawa la musica è importante per creare suspense e tensione, qui si propende il silenzio assoluto, che rende il suono ancora più cristallino e "vero" nella sua forma più pura.
Perché la vera colonna sonora di questo film è ciò che ci sta attorno, elementi della vita quotidiana: il vento che fa muovere le fronde degli alberi, le onde del mare che vanno a morire sulla spiaggia, una lavatrice in funzione.
Un piccolo teatro dell'assurdo, in cui tranciare le carotidi delle vittime con una "X" modellata con il sangue diviene uno strumento di riconoscimento e una firma personale, senza spiegazioni psicologiche o scientifiche, dove la perdita della memoria (l'ipnotizzatore, che non ricorda più nemmeno il suo nome) è uno specchio che riflette la perdita dell'identità di una nazione turbata e incerta, confusa e spaventata e dalla semplice domanda "chi sei? Come ti chiami?" non si può altro che rispondere "e tu chi sei?", creando un gioco potenzialmente infinito e snervante, ancora una volta senza soluzione logica e senza senso.
Splendidamente realizzato, con lunghi silenzi e una macchina da presa abile, "Cure" è un film da vedere assolutamente se si vuole vedere qualcosa di veramente nuovo, dove tutte le regole del thrilling vengono distrutte, senza lasciare risposta, dove gli attori sono uomini che hanno perso l'anima e la speranza, incapaci di andare oltre una realtà logica e ordinata, che ormai, non esiste più. Un capolavoro del (non)genere.
IL MIO VOTO: 10.0







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Pulse



Pulse
Giappone, 2001. Di Kiyoshi Kurosawa. Con Koyuki, Kumiko Aso, Koji Yakusho, Haruhiko Kato, Kurume Arisaka, Kenji Mizuhashi, Go Takashima, Atsushi Yuki, Shinji Takeda, Jun Fubuki. Genere: Horror. Durata: 119' 


"La Morte è un isolamento eterno" sospira a fatica uno spettro alla fine di questo "Pulse", un film che non vuole essere un semplice horror, non vuole spaventare, nè tanto meno scioccare con picchi di violenza insensata, vuole essere una profonda esplorazione del rapporto tra morte e solitudine, riuscendo a fare centro con grande classe, diventando, paradossalmente, un film spaventoso e uno dei più agghiaccianti in circolazione.
Non ci troviamo più di fronte ai soliti spettri della tradizione folkloristica orientale. Non esistono più le varie Sadako e Kayako, ma neanche Toshio, nè Mimiko, nè la Yoko di "Seance", film horror televisivo dello stesso Kurosawa. Diciamo Addio, quindi, alle ragazze dall'andatura catalettica, la pelle cerulea, i lunghi capelli corvini a celare lo sguardo pieno di sangue e vendetta: qui ci sono spiriti abbandonati a un destino vuoto, inghiottiti in un buco nero in cui la pace eterna non può giungere.
Sono spettri che implorano pietà: quell' "aiutami" sussurrato da ogni fantasma prima e dopo la sua apparizione è il simbolo di un popolo di anime perdute, sospese in un oblio senza meta, orfone in un Purgatorio oscuro e deprimente.
Kurosawa non si cura di come questi fantasmi possano raggiungere le reti informatiche, trasformando in ectoplasmi e spingendo al suicidio gli incauti internauti, ma esplica il terrore derivante dall'uso indiscriminato di uno degli strumenti tecnologici più rivoluzionari e potenti di questi anni, pronto a far naufragare i contatti umani e a ridurre la vita sociale attraverso un susseguirsi di freddi e atonali click del mouse, di rapporti virtuali spesso fittizi e di immagini che nascondono la realtà.
I personaggi sono freddi, passivi, senza più la loro personalità, la loro individualità, ad eccezione forse per lo studente Kawashima (guarda casa il meno esperto di informatica dell'intera pellicola) e circolano in un ambiente silenzioso che pian piano si svuota di vita: sale giochi vuote, autobus vuoti, metropolitane vuote, supermercati vuoti...
La pazzia dovuta al silenzio eterno, all'alienazione e alla solitudine è inevitabile, così come la morte. Eppure quell' "aiutami" pronunciato dai fantasmi pare una semplice e sincera richiesta di aiuto, un abbraccio, un legame con un mondo ormai perduto, il disperato tentativo di ritornare quelli che si era prima. Ma ciò che resta realmente di loro è solo una macchia di umidità sul muro. Un ricordo per chi ancora può permettersi di vivere.
Ed ecco che tra le maestose e struggenti riprese avvolgenti, lo sguardo stranito dei protagonisti e i silenzi, Kurosawa ritorna a inserire una colonna sonora in un suo film (il commento sonoro era totalmente assente nel capolavoro "Cure" e appena accentuato nello strano "Charisma"), che non è musica, ma un susseguirsi di rumori metallici sincopatici e taglienti, così disturbanti da mozzare il fiato, portando il terrore con potenza e intensità nelle sequenze in cui la raffigurazione della paura giunge all'apice.
Da ricordare l'agghiacciante, quanto splendida e poetica scena in cui una bellissima Harue dallo sguardo innamorato abbraccia il nulla e sussurra "Non sono più sola", mentre la telecamera la riprende con geniali scatti, pezzi di un gioco di specchi digitale. L'angoscia prende, così, inevitabilmente il sopravvento e l'unica cosa logica da fare è mettersi in fuga, non importa dove, forse in mare aperto per poi trasformarsi in inquietanti macchie di umidità sul muro, per poter lasciare un ricordo di sè in un mondo da abbandonare.
Un devastante capolavoro, da cui ne fu tratto nel 2006 un inguardabile e orrendo remake americano con attori insulsi e una sceneggiatura che sembra essere scritta su un pezzetto di carta igienica. Guardate l'originale e capirete che i fantasmi sono simili a noi: anche loro soffrono, anche loro vagano soli.
Harue: "Non c'è nessuno, chissà perchè non c'è nessuno"
Kawashima: "Io ci sono"
Harue: "Cosa?"
Harue: "Potrebbe scomparire l'intera umanità, ma l'importante è che ci sono io e che ci sei anche tu"
IL MIO VOTO: 10.0 




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venerdì 9 settembre 2011

I Segreti Della Mente


I Segreti Della Mente
Gran Bretagna, 2010. Di Hideo Nakata. Con Aaron Johnson, Imogen Poots, Matthew Beard, Hannah Murray, Daniel Kaluuya, Megan Dodds, Michelle Fairley, Nicholas Gleaves, Ophelia Lovibond. Genere: Drammatico/Thriller. Durata: 98' 

Credo che sia impossibile amare "Chatroom" conoscendo il background di quello che è, non l'inventore (perchè il genere in Giappone esisteva già prima, ma non era conosciuto a livello internazionale), quanto il rinnovatore del genere horror nipponico, Hideo Nakata, memore di intramontabili capolavori come "Ringu" e "Dark Water", ma anche di filmetti minori, ma comunque interessanti, come "Kaidan".

è strano, però, capire cos'abbia spinto il regista giapponese ad accettare uno dei più raffazzonati e banali script che si possa aver mai visto. Che dovesse pagare anche lui il mutuo? Che il cinema occidentale è molto più attraente di quello locale? Mi dispiace, ma la risposta è no. Perchè un film come "I Segreti Della Mente" non può funzionare.

è un film scritto male, svogliato e che, tecnicamente, può solo salvarsi grazie alle comunque competenti componenti di base: regia, fotografia, recitazione e musiche (di Plastikman!). Ma stop.

Al di là di qualche piccolo momento di luce sparso nella pellicola, "Chatroom" è il completo fallimento, il canto del cigno della creatività visionaria di uno degli (ex?) registi giapponesi più importanti, dimostrato anche in un'altra disaster-opera, questa volta giapponese, come "The Incite Mill", porcata che unisce "Dieci Piccoli Indiani" a "Battle Royale" senza estro nè fantasia.

Ma cos'è "Chatroom"? è la solita passarella blanda e noiosa di noiosissimi teenager occidentali che non sanno cosa fare nella loro vita. Mentre alcuni di loro sembrano interessanti (il ragazzo innamorato di un'undicenne, la ragazza stanca delle amichette dell'alta società), altri sembrano incarnare gli stereotipi più brutti del cinema hollywoodiano (la ragazza verginella e isterica, il ragazzo sull'orlo del suicidio con trauma alle spalle, il sociopatico con aria da bello e dannato che istiga i più profondi impulsi omicid idello spettatore).

Hideo Nakata dirige con il solito estro, pitturando ambienti fascinosi, ma non riesce a destare l'interesse di una sceneggiatura tirata via, scritta con il pilota automatico e deludentemente prevedibile. Se si voleva parlare dei problemi della mente e della manipolazione (argomenti prevedibili e risaputi, ma comunque interessanti), bisognava scavare più a fondo, e invece il film resta stupidamente in superficie, tratteggiando svogliatamente i più futili ritratti di umanità deviata.

é un film che, evitando gli opprimenti silenzi tipici del primo Nakata, butta tutto irrimediabilmente in un'assordante caciara: dialoghi inutili, risaputi, irritanti.
Nakata torna a parlare dell'orrore legato alla tecnologia (come in "Ringu"), ma non riesce ad andare al di là dell'orrore risaputo legati al web (i pedofili, le chat erotiche, il mobbing pressante), proprio come un qualsiasi cineasta hollwyoodiano che vuole fare un film per teenagers.

E "Chatroom" non riesce neanche ad invitare i ragazzini all'attenzione: è un film orrendo, che incuriosisce solo in trenta secondi su un'ora e quaranta e passa, e che non ha minimamente senso di esistere. Il disagio giovanile che emerge qui è di quanto più finto e forzato si sia mai visto, orribilmente stereotipato e portato verso un eccesso che non sta né in cielo, né in terra.

Il solito fail clamoroso.
Nakata, o torni ai fantasmi o ti dai all'ippica, che vederti marcire così, mi spezza il cuore.

IL MIO VOTO: 2.0






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