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domenica 30 ottobre 2011

L'Arte Del Sogno


L'Arte Del Sogno
Francia, 2006. Di Michel Gondry. Con Charlotte Gainsbourg, Gael Garcìa Bernal, Miou-Miou, Eric Mariotto, Emma De Caunes, Aurélia Petit, Alain Chabat, Pierre Vanek, Sacha Bourdo, Stéphane Metzger, Inigo Lezzi, Jean-Michel Bernard. Genere: Commedia/Drammatico. Durata: 96'

Film semplice e complesso insieme, "L'Arte Del Sogno" è la summa più alta raggiunta dal talentuoso e visionario Michel Gondry, regista di film e video clip che si autoreputa "eterno dodicenne", che qui osa il doppio di quanto aveva fatto nel comunque bello "Eternal Sunshine Of The Spotless Mind". "L'Arte Del Sogno" non è poesia autocompiaciuta, ma un continuo  approccio artistico puramente spontaneo e naif, fatto di bellezze devastanti e piccoli acquerelli visivi che scavano nell'anima.

Un continuo emergere tra sogno e realtà, rendendo flebile l'equilibrio tra due sponde inconciliabili, impersonato da un meraviglioso e disincantato Gael Garcìa Bernal, in pura empatia con una sempre magnifica Charlotte Gainsbourg, dotata di un fascino e un talento inimitabili che la rendono una delle migliori attrici contemporanee in assoluto. 

Una storia apparentemente banale e facilmente riscontrabile nella vita di tutti i giorni, ma che immersa in questo clima bambinesco, ludico e struggente che Gondry riesce a dipingere, riesce a restare impresso, invogliando sempre a più revisioni. Un film per nulla prevedibile, che snatura l'amore hollywoodiano per renderlo un bozzetto spontaneo tra quelli che sono due bambini nel corpo di due adulti.

è l'eterno sogno d'arte, amore, musica, cinema: la purezza di un quadro chiamato vita. Il capolavoro, sottovalutatissimo purtroppo, di un autore che, probabilmente non raggiungerà più queste vette, visti i successivi due film: un comunque bello, ma meno ispirato "Be Kind Rewind" e il rovinoso scivolone commerciale "The Green Hornet". Bisogna solo lasciarsi sopraffarre da questa piccola opera d'arte, come dalle emozioni in un sogno infinito. 

IL MIO VOTO: 10.0













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sabato 10 settembre 2011

A Drowning Man



A Drowning Man
Giappone, 2002. Di Naoki Ichio. Con Shinya Tsukamoto, Reiko Kataoka, Hida Senko. Genere: Drammatico. Durata: 83'

Kumiko e Tokio sono una coppia felice. Lei è una casalinga tranquilla che scopre di essere incinta, lui è un uomo d'affari che ama la sua donna. Un giorno Kumiko annega nella vasca dal bagno e preso dal panico Tokio non chiama l'ambulanza e non sa cosa fare. Dopo quest'attimo di terrore, riesce a salvare Kumiko, ma da questo episodio comincia ad interrogarsi se lui sia davvero innamorato di Kumiko e comincia ad essere afflitto dai sensi di colpa. Intanto Kumiko cerca di sopportare una madre troppo apprensiva che non l'ha mai amata...


è bellissimo vedere quanto il cinema vero possa sopravvivere, possa sopravvivere dalla furia commericale di certe operette insulse e continuare a sopravvivere, andando avanti, avvicinandosi sempre più al concetto di arte.

E' da tempo che non si vedeva una simile opera. Così bella da spaventare, così suadente da entrare e graffiare l'anima. Mai viste delle inquadrature così statiche e vitali allo stesso tempo, grondanti di emozioni, di anime e di arte. Una visione di cinema difficilissima da trovare, così femminile, così oltre l'etichetta del genere.

"A Drowning Man" è un film surreale, drammatico, lirico e dolente. Poetico nella sua fredda messa in scena, così quotidiano da avvicinarsi per un filo alle opere di Ozu. Una storia che affiora nella follia cavalcando gli stilemi di vita e morte e posizionandosi da nessuno dei due antipodi.

Vorrei esagerare, ma non lo faccio perchè quest'opera merita la lode che necessità. Film del genere resteranno per sempre relegati ad un piccolo pubblico, lontano dalla celebrità, come è giusto che sia. Sconosciuto è, infatti.

Interpretazione superba dell'attrice protagonista, Reiko Kataoka, così realistica e dolente da far male. Bravo anche Shinya Tsukamoto, che dimostra il suo talento attoriale, oltre che registico.
Un film da recuperare ed amare. Un gioiello del genere merita senz'altro un po' di considerazione. Purtroppo resta il primo e ultimo film di Naoki Ichio, regista donna dal talento indubbio. 




IL MIO VOTO: 9.5






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venerdì 9 settembre 2011

The Shock Labyrinth Extreme 3D



The Shock Labyrinth: Extreme 3D 
Giappone, 2009. Di Takashi Shimizu. Con Yuya Yagira, Ai Maeda, Suzuki Matsuo, Ryo Katsuji, Shôichirô Masumoto. Genere: Horror. Durata: 96'

Yuki torna dai suoi amici di infanzia dopo essere scomparsa per dieci anni, scatenando non poco panico. Il suo ritorno farà riaffiorare traumi e ricordi, e li porterà, per una serie di vicissitudini, in un ospedale abbandonato, dove Yuki, dieci anni prima, era scomparsa. Fatti strani iniziano ad accadere e i ragazzi, uno dopo l'altro, iniziano a morire...

Visto al cinema, in 3D, con due amici, "Shock Labyrinth" è innanzitutto un film sui fantasmi dell'anima, più che un horror vero e proprio. Un horror psicologico che gioca ad incastri, carambolando salti temporali e colpi di scena. Ciò che ne esce fuori è un affresco che, solo all'inizio spiazza per la sua complessità, ma più procede e più i pezzi si ricompongono, più diventa intrigante e spinge lo spettatore in un vortice irresistibile.

Shimizu, con una filmografia invidiabile (salvo i due remake di "Ju-On", girati forse per pagarsi il mutuo), torna alla complessità filosofica dei suoi film più noti: dalle scomposizioni e ai deliri di "Reincarnation" (dove tornano anche le bamble a cui si squarciano gli occhi), alle introspezioni psicologiche di "Ju-On".

Quello che ne esce è un film che, solo di facciata si dimostra un horror per adolescenti, ma che dietro nasconde un'anima molto più profonda di quanto ci si aspetti. Shimizu è un mago nel creare tensione e la suspense (pochi, tuttavia, e per fortuna, i salti sulla potlrona) è tenuta benissimo, giocando sulle ombre, i rumori, le atmosfere. L'ospedale abbandonato, la prigione e il parco giochi sono ambientazioni già viste nel cinema dell'orrore, ma sotto la mano del regista giapponese diventano ambientazioni terrificanti e claustrofobiche.

Uniche pecche: un 3D abbastanza inutile, visto che si lega perfettamente solo ad un paio di scene, una recitazione abbastanza scadente e sopra le righe e un colpo di scena abbastanza prevedibile, che viene, tuttavia, riscattato da una chiusura veramente di classe. Ed è la tecnica di Shimizu a prevalere ,con una fotografia a dir poco straordinaria e una regia che gioca con i movimenti fluidi, che avvolgono e opprimono.

Insomma, il miglior ritorno che ci si poteva aspettare da uno dei maggiori padri dell'horror giapponese (mentre il Nakata di "Ring", ormai, ha perso la strada del ritorno), con una sceneggiatura per lo più riuscita, salvo qualche piccolo buco, ricca di suggestioni sempre inquietanti, sebbene, ricorrenti nella filmografia dello stesso (ossessioni infantili portate al limite horror, gli oggetti - il coniglio di pelouche, il palloncino- come tramite del rancore, l'amore che porta alla morte).

Un gran bel film.



IL MIO VOTO: 8.0






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giovedì 8 settembre 2011

Melancholia


Melancholia
Filippine, 2008. Di Lav Diaz. Con Raul Arellano, Angeli Bayani, Soliman Cruz, Perry Dizon, Dante Perez, Roeder. Genere: Drammatico. Durata: 450'

Alberta, Rina, Julian. La prima è una prostituta affetta da un fortissimo dolore allo stomaco, la seconda è una fragilissima suora che vaga per la città alla ricerca di offerte per i poveri, e il terzo è il pappone di Alberta che produce film pornografici. In realtà, loro tre stanno fingendo di essere ciò che sono. In passato erano dei rivoluzionari che tentarono di cambiare le sorti del loro paese in malora. Ora, dopo aver fallito, stanno giocando a fare altri ruoli, nel tentativo di inserirsi in una società ipocrita e allo sbando. 

La prima cosa che salta all'occhio quando si parla dei film di Lav Diaz è senza dubbio la durata. Il suo cinema è come un fiume in piena: mentre il primo periodo cinematografico del regista e chitarrista noise Lav Diaz era formato da film dalla durata umana (massimo due ore), dal 2004 in poi, Diaz ha distrutto ogni barriera proponendo storie eterne: l'epocale "Evolution Of A Filipino Family" arriva a 11 ore e passa, "Death In The Land Of Encantos" e "Heremias" viaggiano sulle nove ore, mentre "Melancholia" si protrae per le devastate Filippine per ben 7 ore e mezza.
Quello di Lav Diaz è un cinema che non ha paura di spaccare ogni stilema prefissato del cinema. Nell'opera di Lav Diaz non c'è alcun ritmo, spesso manca addirittura l'azione.
Le sue trame sono racconti struggenti di vite dolenti, che partono da piccoli spunti, storie talmente sottili da rischiare l'astrazione, che improvvisamente diventano un'epopea.

"Melancholia" è il grido di dolore di un'intera nazione in otto, splendide ore.
E' straordinario come Lav Diaz sia capace di mettere in piedi, con una telecamerina digitale e con un budget irrisorio, un film magnifico che fa della prolissità un pregio magnifico (!!!). Incredibile. Lav Diaz lascia che siano i personaggi a raccontare loro stessi, tant'è che la regia (fatta di inquadrature fisse a piano americano, rarissimi movimenti di macchina e un solo primo piano) non interviene mai nel mettere in luce particolari, mostra e basta. Non vuole spiegare.
La storia si costruisce in toni dilatati, lentamente, per poi sconvolgere nella strepitosa parte finale nel bosco (un'ora e mezza abbondante), dove i tre personaggi maschili scappano da soldati invisibili che li inseguono, in un silenzio agghiacciante ed eterno, che abbraccia anche lo spettatore.

E' la critica verso un paese agli sgoccioli. Finora in pochi erano riusciti a rendere talmente palpabile il dolore della propria popolazione attraverso il cinema. Dolore palpabilissimo anche nelle due scene più belle e straordinarie di questo film-fiume: il canto di una donne, sofferto e dolente, ma non privo di speranza.

"Melancholia" è un mondo sofferto e piangente, fatto di lettere d'amore strappate e gettate in un fiume, di una natura che sopprime i propri incauti visitatori, di cadaveri che riemergono dalla terra, di coincidenze (Alberta ricopre il ruolo della prostituta, quando la figlia adottiva di questa è davvero una prostituta), fragilità (la tragica conseguenza che ricade su Rina) e scambi di ruoli. Un film di otto ore che non può annoiare se lo spettatore è entrato nel feeling del film sin dai primi minuti, perchè la lentezza e l'eternità del film fanno in modo che lo spettatore stesso si annulli ed entri a pieno titolo nella proiezione, facendo parte appieno nelle vite di Alberta, Rina e Julian.
E poi c'è la pioggia battente, coprotagonista del film, che si abbatte sui personaggi e su ambienti desolati di campagna, case diroccate e povere, o semplicemente su una foresta fitta e indomabile.
I personaggi di Lav Diaz non vogliono far altro che sopravvivere e, magari, essere felice. Ma si può essere felici in un paese che, come dice Julian all'inizio del film "è un inferno"? Dove per sopravvivere bisogna essere tra i più turpi dei peccatori?
E' impossibile parlare di "Melancholia" come film. "Melancholia" è vita, vita che scorre come un fiume in piena eterno e silenziosissimo, ma violento come pochi. 

IL MIO VOTO: 10.0







martedì 6 settembre 2011

Enter The Void

Enter The Void
Francia/Giappone, 2009. Di Gaspar Noé. Con Nathaniel Brown, Paz de la Huerta, Cyril Roy, Olly Alexander. Genere: Drammatico. Durata: 154'. 


Tokyo. Oscar, uno spacciatore americano strafatto viene ucciso da un colpo di pistola dalla polizia giapponese. La sorella Linda, spogliarellista di un locale notturno della città, non si dà pace. Dalla sua morte ha inizio un fluttuare disperato (forse del protagonista stesso) tra il passato e il presente, i traumi indimenticabili e le difficoltà di Linda nel presente.

Oh mio Dio. Gaspar Noé è un fottuto genio. Diluisce in quasi tre ore tutte le sue ossessioni e le sue più feroci inquietudini, dipingendo la capitale giapponese come una città che vive di luci al neon, sesso, droga e disperazione. I personaggi che sono solo vuoti involucri che cercano un'identità, dopo aver subito terribili sconvolgimenti nel passato. Ne è il fulcro Linda, interpretata ottimamente da un'attrice che per quanto abbastanza bruttina incarna un pathos e un sex appeal invidiabili, che è lei a scendere sempre più nella più completa desolazione, fino agli ultimi -straordinari- 20 minuti, che sono la discesa agli inferi di Noè, un continuo entrare e uscire da corpi, strisciare tra i palazzi e le luci, giocare con gli sguardi e le luci.

"Enter The Void" è il suo "Inland Empire": un film lento che è già testamento d'autore, che è un 'elogio alla propria straordinaria messa in scena, fatto di incantevoli movimenti di macchina, fluttuanti, che irrompono in cose e persone. Un film che racconta poco, ma che infligge ferite profondissime da riemarginare, sempre, durante la visione.

Veramente straordinarie certe scene (la telecamera che entra nel foro da proiettile sul corpo di Thomas ed esce dall' orecchio di Linda addormentata, il continuo entrare e uscire dai lavandini, la bellissima scena di Oscar e Linda sull'ottovolante che si va a schiantare come l'auto con i loro genitori).

Non è sicuramente per tutti, anzi, è uno di quei film che o si amano alla follia, o si odiano come la morte. Io già lo amo alla follia.



IL MIO VOTO: 9.5






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lunedì 5 settembre 2011

Amphetamine



Amphetamine
Hong Kong, 2010. Di Scud. Con Byron Pang, Tom Price, Winnie Leung, Linda So, Simon Tam. Genere: Drammatico. Durata: 96'


Il buio, la disperazione, la depravazione, una Hong Kong sporca e senza redenzione, dove si ama solo perchè conviene farlo, per scappare dalla propria tristezza. E poi il fumo delle sigarette, adottato con metodo catartico, il simbolo di una tristezza che unisce. Magnifico, magnetico il lunghissimo finale sott'acqua, non una parola, musicale, falsamente speranzoso.

Film imperfetto perchè gode di quell'irrequietezza, quell'ingordigia tutta cantonese per il dire più di quanto concesso: efferato nei tagli, ambiguo nella messa in scena, è comunque un grande film ricco di una poesia perversa che in più di un punto ricorda il Wong Kar-Wai primo periodo. é violento e delicato, violento nelle scene di sesso (sia etero che gay), spesso tendenti alla pornografia, delicato nel suo descrivere la desolazione dei personaggi, che trovano nel corpo e nella droga un'unica consolazione, dove persino lo splendido finale diventa una cinica e silenziosa accusa alla desolazione umana.

Non affibbiategli diminutivi del tipo "film queer" o "gay-themed": Scud riesce ad evitare la retorica tipica di molti film che trattano il tema, sottolineandone l'ambiguità di ogni personaggio: Nessuno è etero, ma nessuno è gay.



Come la città, dove la crisi economica incombente diventa un'ossessione, dove è importante apparire (Kafka è ossessionato dall'idea di indossare un abito, nonostante non lavori in ufficio), dove si deve comprare (l'auto come status symbol), dove SI DEVE soddisfare il proprio impulso sessuale, senza considerare il con chi: è pura ambiguità, dove è impossibile agire senza esserne feriti. Importanti i simbolismi, diffusi in tutto il film, come la fotografia come presagio, l'obiettivo che riprende la vita quotidiana delle persone che si amano (Kafka si arrampica su un albero per scattare fotografie a Daniel, a sua insaputa) e il cuore, che viene rappresentato di ghiaccio, come l'Antartide, che Kafka vorrebbe visitare, e come anche l'anfetamina, chiamata tra i due proprio come "ghiaccio". Bellezza e distruzione.

Pessimista ed etereo, con un'ossessione vera e propria per l'acqua che diventa climax: la doccia, la pioggia incessante, l'appartamento allagato e, infine, la discesa nel mare (gli inferi), dove gli amanti sommersi finalmente possono amarsi e amare. Nella droga? Nella città? Nel sogno? Non importa. Si possono amare, dove Hong Kong diventa l'antartide all'improvviso, dove diventa la speranza. Magnifico. 



IL MIO VOTO: 9.5







Dream Affection





Dream Affection
Corea Del Sud, 2011. Di Lee Soong-Hwan. Con Jeong Seong-hoon, Yoo Ok-joo. Genere: Drammatico/Erotico. Durata: 68'.

Min-Woo è un uomo disoccupato e mediocre, sposato infelicemente con la bella e perfida Yeon-Joo, che lo tradisce spudoratamente. Min-Woo sogna di fare sesso con Da-Eun, sua amica di liceo e sorella della moglie. Da-Eun, che ha sempre avuto una cotta per Min-Woo, notando il modo in cui lui viene trattato da Yeon-Joo decide di farsi avanti e sedurlo. Ma forse, non tutto è ciò come appare...

Filmetto coreano indipendente, ad opera di un regista che, comunque, dimostra una buona esperienza in fatto di inquadrature e regia, confezionando più di una volta scene dall'alto impatto visivo (e non sto parlando solo delle scene di sesso, seppur presenti in abbondanza), aiutate da una fotografia curata nei minimi dettagli (colori sbiaditi e tendenti al bianco e nero per i flashback, accesi per il presente, uso dello sfuocato ecc. ecc.). Oltretutto, "Dream Affection" sorprende per il suo continuo allacciarsi all'invenzione onirica e alla fantasia, su cui si basa anche la sorprendente svolta finale, che spiazza per originalità e colpo di scena.

Purtroppo, nonostante questi, comunque non disprezzabili, pregi, "Dream Affection" è un film che non funziona. Ha una sceneggiatura piuttosto ripetitiva e raffazzonata, interpreti inadeguati e scene di sesso troppo lunghe (per quanto eccitante, la scena di sesso iniziale arriva ai 14 minuti abbondanti, in un film di neanche un'ora e dieci!), che rendono la visione quasi anonima e senza che rimanga impressa.

Nonostante, alla fine, sia tutto spiegato, "Dream Affection" sa di inconcludente e poco convinto, pur avendo ottime potenzialità. Troppo girato bene, artistico e interessante per essere un mero filmetto erotico, ma anche troppo
"voyeur" e, a tratti, persino trash per essere un film d'autore, è un film che
si dimentica quasi subito.


IL MIO VOTO: 4.5








Raffles Hotel





Raffles Hotel
Giappone/Singapore, 1989. Di Ryu Murakami. Con Miwako Fujitani, Jinpachi Nezu, Masahiro Motoki, Fawn Wong. Genere: Drammatico. Durata: 91' 


Moeko è un'attrice giapponese che, per un breve periodo, si trasferisce a Singapore, alloggiando al Raffles Hotel. Lì conosce la guida Yuuki, che comincia a provare per lei dubbi, ma anche attrazione. Moeko, non ha però dimenticato l'amante del suo passato e sta per fare una scelta difficile: ritrovarlo e abbandonare la sua carriera d'attrice.


Prima dell'enorme successo di un capolavoro indimenticabile come "Tokyo Decadence" (in Italia distribuito in una versione orribilmente monca), Ryu Murakami realizzò, due anni prima, questo strano, indefinibile film d'autore.

"Raffles Hotel" è un'altra riproposizione di un suo romanzo (tutti i -purtroppo pochi- film di Murakami, infatti, si basano sempre su suoi racconti narrativi, mentre altri suoi romanzi sono stati riproposti, ad esempio, da altri grandi registi come Takashi Miike per il meraviglioso "Audition"), dove Murakami abbandona completamente l'aspetto nichilista e anticonformista delle sue opere più famose ("Tokyo Decadence", "Tokyo Soup", "Blu Quasi Trasparente"), per addentrarsi in un dramma di superficie, dove persino la trama stessa cessa di avere importanza.

Perchè "Raffles Hotel" è un film che non ha mezze misure: o lo si adora alla follia, o lo si odia a morte. Seguendo lo schema di molti registi dell'incomunicabilità, come Antonioni e Fellini, il regista si sofferma sui rapporti inesistenti dei suoi personaggi, sugli sguardi e sui gesti. I dialoghi sono pochissimi, spesso non inerenti alla stessa narrazione, ma filosofici e profondi ("Voglio smettere di fare l'attrice perchè voglio ridere quando voglio ridere e piangere quando voglio piangere".), spesso invece minimi (diffusissimi i dialoghi del tipo "mi dispiace" o "Cos'hai?"). è un mondo di incomprensioni e delusioni quello descritto da Murakami, un mondo triste e decadente che si nasconde dietro la patina borghese di uno dei più lussuosi hotel asiatici.

Non è un caso, quindi, che se la prima metà del film si divide tra discoteche, suite, case lussuosissime, ville, la seconda parte è quasi tutta incentrata in una stanza oscura o nella foresta. Il film è criptico, ma leggero, mischiando il taglio documentaristico tipico del cinema di Murakami, distaccato e freddo alla bellezza di una poesia tipicamente surrealista (indimenticabile la piscina cosparsa di petali orchidee e l'idea, invero non troppo approfondita della resurrezione).

Ne esce un film assolutamente senza risvolti narrativi, eppure terribilmente affascinante e avvolgente. Unica nota di demerito: L'orribile colonna sonora, fatta di pop giapponese anni '80. Ma non sono le canzoni stesse ad essere brutte, quanto l'accostamento con le immagini, che non esiste.

Un film che sta molti gradini in basso a "Tokyo Decadence", ma che merita
comunque una visione.



IL MIO VOTO: 7.5