Serial Rapist Giappone, 1978. Di Koji Wakamatsu. Con Araki Kumiko, Hino Mayuko, Sugi Kayoko, Takagi Maya, Takatori Ami, Umatsu Tensan, Yamashita Emi. Genere: Drammatico/Thriller. Durata: 65'
Un goffo, brutto e grasso ragazzotto passa le giornate sulla sua bicicletta, alla ricerca di alcune vittime con le quale passare il tempo: le violenta, le uccide e poi le abbandona. Sono tredici. La piccola cittadina in cui vengono compiuti i suoi delitti ne è scioccata, ma non ha tenuto conto l'unico potere in grado di fermare "lo stupratore seriale": l'amore. All'inizio pensavo si trattasse di un wakamatsu assai minore, con una trama ripetitiva e priva di scossoni, una realizzazione rozza, fortemente low-budget eppure più il film andava avanti e più mi accorgevo di quanto stesse manipolando la mia mente. Dopo il secondo crimine è impossibile non sentire una forte angoscia che ci terrorizza di fronte all'ipotesi che un altro stupro possa commettersi davanti a noi. Wakamatsu riesce a dare della ripetività un pregio, riuscendo a distruggere, smembrare e devastare i sentimenti dello spettatore con il semplice utilizzo dell'immagine, volutamente rozza, fuori luogo, ad andazzo: per esprimere un malessere che corrode le interiora e che è protagonista stesso dell'assassino. Lui non sa perchè uccide. Lui lo fa. Punto. Non sa perchè, non gli piace nemmeno farlo eppure lo fa ed è così che deve andare. Lui è timido. Non prova nemmeno a parlare. Sembra essere così estraneo a tutto ciò che compie da esprimersi solo attraverso la musica extradiegetica: brani free-jazz elettrizzanti, ma che esprimono la sua solitudine, la sua esigenza di portare il silenzio in un mondo ormai disadattato e deteriorato. Dietro una trama banale, il geniale Koji riesce a distruggere, sfoderare il proprio estro lanciando il suo solito, feroce, grido contro una civiltà contemporanea ormai accecato di qualunque ideale. Ed è emblematico il finale, dove l'assassino viene ucciso proprio nel momento in cui era riuscito ad amare e farsi amare. Un apologo crudele sulla violenza, sulla società ipocrita, su un mondo così disturbato dal frequente altisonare di voci e rumori da dimenticarsi di ciò che è veramente importante: L'amore.
Irreversible Francia, 2002. Di Gaspar Noé. Con Monica Bellucci, Vincent Cassel, Albert Dupontel, Jo Prestia, Philippe Nahon. Genere: Drammatico. Durata: 93'
“Il tempo Distrugge Ogni Cosa”, questa la chiave del controverso secondo lungometraggio diGaspar Noé(dopo “Seul Contre Tous” del 1998 e “Enter The Void” del 2009, di cui ho già parlatoqui), un film accolto in modo indegno da una critica con la puzza sotto il naso e dal pubblico che si crogiola nelle acide considerazione dei critici pronti a masturbarsi su qualsiasi cosa che duri quattro ore e mezzo e raggiunga l’emblema dell’immobilismo.
Indegno, perchè è troppo facile parlar male di un film che, invece, andrebbe rivalutato dal principio. Perchè sono ben pochi i film che, nella cinematografia occidentale contemporanea, sanno essere così “oltre”, così devastanti, purificanti e carnali come “Irreversible“, un film capace di scuoterti e non abbandonarti più, per giorni interi.
Indegno è criticare un film perchè fa comodo, senza averlo capito (le recensioni negative che si trovano in giro, infatti, non si esplicano quasi mai, puntando con faciloneria a elementi indispensabili per la creazione del film stesso), solo perchè nel cast figura la nostrana femme fatale Monica Bellucci, tra l’altro in una performance invidiabile, sicuramente la migliore della sua carriera.
Quando la donna ideale degli uomini eterosessuali italiani, infatti, si spoglia dei personaggi che le vengono cuciti addosso solo per il suo aspetto fisico (la burina, la romana sboccata, il puttanone), riesce persino a recitare in modo eccellente. Accade qui, in un film che finalmente riesce a darle grosse libertà espressive, sconvolgendola. Apice, e motivo di fischi, è la scena in cui la protagonista femminile incontra il proprio infausto destino in un sottopassaggio parigino dalle pareti infuocate di rosso morte.
12 minuti di camera fissa, rasoterra, di una Bellucci come non la si è mai vista prima: rantola sotto le luci al neon intermittendi, si inarca, urla: è incredibilmente pacata, vulnerabile, struggente. Pronta ad abbandonare la sua sensualità, si dipinge di fango.
12 minuti di stupro, tra i più agghiaccianti della storia del cinema, se non il più. Noè non ha paura di farcelo vedere, destando il disgusto, discussioni di buon senso e altre cose che sarebbero la gola dei conservatori.
Perchè filmare quest’indecenza? Perchè Noè vuole inchiodare lo spettatore, e lo fa con incredibile facilità: il suo cinismo risiede nel prendere una delle donne considerata tra le più belle al mondo e di spogliarla per distruggere chi vede. Non c’è nulla di eccitante in questo squarcio di inferno, che è parodia stessa della vita: un uomo che scende in un sottopassaggio, resta a guardare per due secondi e poi se ne va.
Allo spettatore non è concesso: deve guardare tutto, da vicino, e non può intervenire. Lo deve subire perchè ha voluto, per mero voyeurismo, deridere, partecipando alla sofferenza di un uomo (Vincent Cassel) a cui hanno stuprato e ucciso la fidanzata. Perchè l’essere umano gode nel vedere la sofferenza altrui e cerca di non convincersene, ma è così.
“Il Tempo Distrugge Tutto”, dicevamo. E qui arriva l’idea dalla narrazione al contrario. Criticatissima perchè pare copiata da un filmaccio come “Memento” (2000) di Cristopher Nolan, come se neanche fosse il primo ad adottare questa scelta “innovativa” (dove lo lasciamo “Peppermint Candy” di Lee Chang-Dong, uscito nel 1998?).
Se nel film di Nolan il ritorno al passato è solo un pretesto per ricostruire un’identità di ricordi e per vezzo stilistico e in “Peppermint Candy” è una scelta per descrivere cosa può spingere un uomo al suicidio, in “Irreversible” la narrazione inversa è la base dello stesso film: Il tempo distrugge tutto.
Un film di vendetta non può che partire al contrario, perchè la vendetta stessa cerca di rimediare, inutilmente, a qualcosa che è successo nel passato. Tenta di strappare dalla morte i propri cari e i propri affetti, pur essendo consci di quanto sia inutile. Ed è beffardo il tentativo di sottolineare la vanità della vendetta per Noé: l’uomo che viene ucciso dal migliore amico di Cassel non è lo stupratore (e non è uno spoiler, perchè lo si scopre quasi subito).
Un film di osservazione pura, “Irreversible”, che è sublime nella sua capacità di sfruttare la narrazione inversa (pericolosissima, invero, per un vengeance-movie, visto che l’azione normalmente si concentrerebbe nel finale, mentre all’inverso, è concentrata nella prima mezz’ora, con l’aggravante di sapere già tutto), per inchiodare alla poltrona: con una semplicità solo apparente, infatti, Noè nasconde simbolismi, indizi (fate attenzione ai dialoghi tra i tre protagonisti durante il viaggio in metro, la Bellucci che si toglie la mano del fidanzato dalla bocca, proprio come farà con lo stupratore, il desiderio scherzoso di Cassel di sodomizzare la fidanzata, che diventa orribile presagio, il libro che legge la Bellucci sulla potenza dei sogni premonitori e sul tempo che è già scritto), distruggendo ulteriormente lo spettatore.
E Noè, senza pietà, porta lo spettatore in un finale di straordinaria bellezza, dove prima una bizzarra citazione di “2001: Odissea Nello Spazio” di Kubrick (perchè è un film che inizia con la nascita dell’uomo, mentre “Irreversible” è l’esatto contrario) e poi un sogno ad occhi aperti, di massacro dell’innocenza e di apocalisse del sogno borghese, portano ad un incubo di allucinazioni ed epilessia. Il tempo ha distrutto tutto: ha distrutto i suoi protagonisti, lo spettatore e il film stesso.
“Irreversible” è un film straordinario, un autentico capolavoro da riscoprire e valutare con più coscienza. Sicuramente, uno dei più coraggiosi che possiate trovare.
Blind Corea Del Sud, 2011. Di Ahn Sang-Hoon. Con Kim Ha-Neul, Yoo Seung-ho, Jo Hee-bong, Yang Yeong-jo, Kim Mi-kyeong, Park Choong-seon. Genere: Thriller. Durata: 110'
Un'allieva agente delle forze, Min Soo-Ah, perde la vista in seguito ad un incidente stradale che è costato la vita al fratellastro. Non ha ancora superato il trauma, ma cerca di andare avanti, finchè un giorno uno psicopatico non cerca di adescarla. Lei riesce a salvarsi e lo denuncia ma, a causa della sua cecità, non riesce a tracciare un identikit del criminale, a cui sono associati anche diversi delitti insoluti di donne. Insieme ad un detective e un ragazzino presente sulla scena del crimine, Soo-Ah, è in cerca della verità...
Dopo l'ottimo horror "Arang", in grado di formare un perfetto equilibrio tra terrore e indagine poliziesca, era lecito aspettarsi da Ahn Sang-Hoon un gradito ritorno al cinema di genere, questa volta il thriller puro e crudo, atteso da molti e incensato anche da ottime reazioni di pubblico (con anche un premio alla sempre bravissima Kim Ha-Neul, ormai diva del cinema coreano mainstream ma molto versatile e in grado di interpretare personaggi di qualsiasi genere, come migliore attrice protagonista).
"Blind", però, è essenzialmente un thriller senza nessuna pretesa. Di quelli che già si sono visti milioni di volte, con un paio di indovinatissime e, persino, agghiaccianti scene di tensione (la sostenutissima scena della metro, tutta la parte finale nell'orfanotrofio), che sfociano spesso nel sangue, ma senza troppo esagerare, ma anche una narrazione molto lineare, con il classico trauma della protagonista (la morte del fratello) e il classico psicopatico che affetta donne attraenti senza nessun motivo.
Ahn Sang-Hoon gira molto bene (escluso qualche orrendo ralenti e della computer graphica di cattivissimo gusto) e sa il fatto suo, riuscendo a realizzare un'opera d'altissimo intrattenimento che, per quasi due ore, riesce a tenere incollato lo spettatore alla poltrona. Non si chiede nulla di meglio a quello che è un onesto prodotto di genere, senza l'inventiva di creare qualcosa di nuovo o cambiare le carte in tavola.
Decisamente inferiore all'esordio "Arang", che pur essendo film di genere riusciva ad elevarsi a buon titolo grazie alla commistione di generi e prototipi e un'ottima sceneggiatura, ma non disprezzabile, "Blind" è un film che contenutisticamente non lascia molto, data la sua palese intenzione di scatenare emozioni, più che voler raccontare una storia, ma che come intrattenimento leggero funziona egregiamente. Abbastanza deludente, però, è il finale, prevedibile dalla prima inquadratura.
Bedevilled Corea Del Sud, 2010. Di Jang Cheol-soo. Con Young-hee Seo, Sung-won Ji, Yeong-hie Seo, Seong-Won Ji, Jeong-hak Park. Genere: Horror/Drammatico. Durata: 118'.
Hae-Won lavora in una banca e conduce una vita di stress quotidiano, dapprima litiga con una collega che ha concesso una proroga ad un'anziana che non paga le tasse e poi il capo la obbliga a prendersi un periodo di pausa.
Lei accetta e torna nell'isola della sua infanzia, dove ritrova la sua amica di un tempo, che mai abbandonò l'isola e che vive ogni giorno tra violenze e incubi. Hae-Won scopre, infatti, quanto i rapporti umani nell'isola siano inquietanti e, pian piano, avverte il presagio di una sanguinaria vendetta...
Caduta libera per l'inferno.
E non è l'inferno di Raimi, sebbene la prima scena sembri arrivare da "Drag Me To Hell". "Bedevilled" è un horror dell'anima che rifiuta totalmente ogni sciocco e inguardabile effettaccio digitale, preferendo addentrarsi nell'oscurità che impera nella mente umana e nel suo modo di agire. Hae-Won è una donna spietata, così come lo è l'Alison di "Drag Me To Hell": punta al proprio successo, disprezzando gli altri ed è per questo, per trovare un equilibrio con se stessa che decide di tornare da dov'è venuta: una misteriosa isola da dove pochissimi hanno deciso di andarsene. E nonostante la patina di bellezza del paesaggio marino e della cordialità dei compaesani, la donna si rende ben presto conto che c'è più da temere.
E ha inizio un vero e proprio inferno ,dapprima psicologico (il lutto, il pianto, il desiderio, la violenza domestica) e poi fisico, con una vera e propria strage che divora corpi, realizzando una straordinaria descrizione psichica dei personaggi, che non sono i vuoti maniaci o le stolte prede degli slasher americani, ma persone verosimili con dolori, speranze, rimpianti, felicità.
Non a caso il film, apparte nelle scene sanguinolente (disturbante la scena in cui Hae-won si difende con il flauto, che suonava da piccola) e nell'ultima mezz'ora al cardiopalma, gioca poco con il gusto dell'horror, mettendo in scena un vero e proprio teatro neorealista che dimostra la stoltezza del borgo, la differenza con la città e il suo progresso. Illuminante, infatti, è la scena in cui la donna sorprende il marito a provarci con Hae-won addormentata, e gli viene detto che "alle donne di Seoul non avrebbe fatto piacere".
La giovane regista esordiente, aiutoregista di Kim Ki-Duk, non si risparmia niente ed inchioda tanti tabù, per spingere verso lo spettatore sterzanti pugni nello stomaco, prima di sprofondare in una parte finale così intensa da non potere non commuovere.
Un meraviglioso horror psicologico che conferma la vitalità del nuovo cinema coreano, interpretato alla perfezione da un duo di attrici (si, perchè il film è palesemente femminile e femminista) da mettere i brividi. Imperdibile.
Finale che chiaramente richiama "L'Isola" di Kim Ki-Duk.
Film straordinario, doloroso e sconvolgente come pochi. Forse uno dei pochi in cui chi vuole compiere i peccati più turpi è più fragile dei così detti "Puri". Critica acidissima nei confronti della società, dei tòpos, dell'innocenza e della colpa, non tanto della Chiesa Cattolica; anzi, non c'è il minimo accenno (se non proprio minimo, come nel confessionale) alla fede, ma bensì alla castità nascosta dietro ad una veste. C'è un'aberrante critica verso gli ipocriti, verso i falsi buoni, verso chi usa la fragilità altrui per sconfiggere i propri dolori.
"The Whispering Of The Gods" è uno strarodinario affresco di stupende inquadrature fisse, sulla neve, sulla cenere, sui pianti, sui corpi inermi che si muovono in spazi aperti e ristretti. Non mancano argomenti scottanti (pedofilia, traumi infantili, stupro, omicidio), ma vengono inseriti in un contesto talmente etereo da non diventare banale exploitation, ma anzi, diventano un silenziosissimo dolore che corrode l'anima dei protagonisti. Lo schock nasce dai silenzi, dalla terribile e nefasta tranquillità che distrugge questa popolazione rurale che si aggrappa agli ideali di feda.
Un film enorme e, ingiustamente, sconosciuto (alla sua uscita, tutta via, fece molto discutere in Giappone per il suo innovativo modo di osare senza alcun pudore), che trova nella lunghissima parte finale in cui i personaggi impazziscono pur dilenire le proprie debolezze, con grazia, tra perversioni che portano ai pianti, fino all'ultimo, atto trasgressivo finale, l'unico dell'intero film ad essere, però, vero amore. L'incrocio di sguardi tra inquadrature fisse, orgasmi sommessi, silenzio e la contrapposizione di bene e male che non esiste solo negli odori. Puro genio.
Una poesia struggente, quanto scioccante. Un film che è un grido di battaglia da recuperare.
Caterpillar Giappone, 2010. Di Koji Wakamatsu. Con Arata, Go Jibiki, Shinobu Terajima, Keigo Kasuya, Shima Onishi, Daisuke Ijima. Genere: Drammatico/Grottesco/Guerra. Durata: 87'.
Da un racconto di Edogawa Ranpo. Giappone, Seconda guerra mondiale. Il luogotenente Kurokawa torna a casa come eroe di guerra, privato degli arti durante un combattimento in Manciuria, viene elogiato dall'intero paese e viene riconosciuto in tutta la nazione. La moglie Shigeko, bella ed educata, soffoca la sua disperazione tentando in ogni modo di aiutarlo. Ma Kurokawa è davvero un eroe di guerra? E Shigeko ama davvero il marito o lo aiuta solo "per il bene dell'impero"? E se tutti mentissero? Ma d'altronde, si sa, vale molto di più l'onore che la vita di un soldato.
Eccolo qua, uno dei film giapponesi più attesi dell'anno. Eccolo qua, con il suo premio al festival di Berlino per la straordinaria interpretazione di una magnifica e impressionante Shinobu Terajima. "Caterpillar" è il nuovo, grande, capolavoro di Wakamatsu. L'orrore della guerra, solo di facciata "onorevole e grande", nasconde i suoi semi del male (le agghiaccianti scene di stupro che si mischiano alla violenza del fuoco) e all'impossibilità di poterne dimenticare la violenza (il rapporto di coppia, già messo a dura prova che si sfalda).
Wakamatsu torna più grande di prima, confezionando inaspettatamente uno dei suoi più grandi film, dove denuncia con forza e coraggio l'inutilità e persino la stupidità (incarnato dallo "scemo del villaggio", portatore di un sottile e sarcastico umorismo) della guerra.
Dietro la facciata della bellezza, dell'onore e del coraggio si insinua l'ipocrisia di due derelitti: l'uomo, forte e coraggioso che rinuncia ai suoi arti e mette a repentaglio la sua vita per l'Impero, è solo un verme (un bruco, citando il titolo) che ha commesso degli atroci crimini rimasti, inesorabilmente, incoffessati e la donna, grande esempio della "perfetta moglie di un eroe di guerra", che nasconde la debolezza e il collasso nervoso, soffocando un aspro e violento sentimento di vendetta.
Il film parte quasi pacato, alternando alcune inquietantissime scene erotiche, filmate spesso da lontano, senza indugiare sui particolari sensuali dell'amplesso (come invece avviene spesso nel cinema di Wakamatsu) e momenti di intimità di coppia e orgoglio, prima di esplodere in una straordinaria mezz'ora finale, dove non ci si può più raccontare bugie e dove tutto precipita.
Straordinario il finale. Il lago silenzioso, il grido che annuncia il crollo di ogni onore: "La guerra è finita! La guerra è finita!". Nonostante si abbia perso, si è felici di essere finalmente tornati alla normalità.
Un capolavoro tutto da vivere e, a volte, persino subire, come un revolver puntato alla tempia, che alterna vivacemente fiction e documentario, neorealismo e surrealismo, confermando la fama e la bravura di uno dei massimi registi contemporanei, non solo giapponesi. Da non perdere.